La storia di questa Biennale comincia ed è riassunta nella sua locandina: il gesto che mima, lo sguardo dall’alto, sarà l’atteggiamento che seguiremo nell’approccio a questa visita; lo stesso curatore utilizza questa immagine per raccontarci un a storia, che scopriremo per piccoli capitoli nell’avanzare della nostra visita.
È chiaro fin da subito che questa esposizione si stacca fortemente
da quelle precedenti e specialmente dalle ultime due; quest’anno la Biennale non è più un “contenitore” di idee ma un osservatorio vero e proprio; l’obbiettivo non è quello della rassegna dei migliori risultati architettonici, ma la messa in luce dei problemi più urgenti ai quali l’architettura contemporanea è chiamata a rispondere e quindi una mostra delle possibili soluzioni su tutto il territorio del pianeta.
In questa urgenza di temi condivisi stiamo assistendo forse ad un passaggio storico che si riflette negli allestimenti , progettati e messi in opera con materiali di riciclo; niente scenografie costose, ma la ricerca del common ground, quel territorio comune che per il curatore Aravena è il fronte; e cioè l’architettura volta alle epocali emergenze sociali e politiche della contemporaneità. Perché il fronte è diverso per ogni paese e per ogni
architetto, ma è comune a tutti.
E questo senso di comunità lo si respira per tutto il percorso, dall’Arsenale ai Giardini; ed altrettanto presente si avverte lo spirito di urgenza, ma anche di speranza; sembra essere il momento giusto, questo, per rischiare con proposte coraggiose, per coinvolgere un pubblico plurale che si sente pronto ad accogliere le nuove sfide.
Questo è l’anno di un’avanguardia condotta con gli strumenti del riuso e del riciclo, con i materiali di scarto, con l’obbiettivo della riqualificazione fisica e sociale, del linguaggio comune e condiviso, ovvero “sharing the process”.
L’architettura di Aravena è architettura di “militanza” contro l’architettura di formalismo, è un incoraggiamento all’uomo a riprendere il mano il proprio destino, è un’architettura di concretezza.
Ed è proprio su questi temi, diciassette “macigni” del nostro presente, le vere “battaglie da combattere” che i protagonisti sono stati chiamati a proporre soluzioni e risposte:
Qualità della vita, ineguaglianze, segregazione, insicurezzaperiferie, migrazione, informalità, igiene, rifiuti, inquinamento, catastrofi naturali, sostenibilità, traffico, comunità, abitazione, mediocrità, banalità; e gli esiti sono notevolmente interessanti, lontani dal radicalchiccismo di cui talvolta sono stati accusati (accusa frequente ogni qualvolta si toccano temi sociali).
E’ di certo un’esperienza che non lascia indifferenti; non sarà difficile essere coinvolti profondamente; la partecipazione di tutti ha fornito esiti eccellenti, ma noi non possiamo non segnalare il Padiglione Italia, curato da TamAssociati, non nuovi ad un impegno civile,
che con “Taking care-progettare per il bene comune”, presentano l’operato di 20 studi che si sono contraddistinti per la sensibilità verso il sociale.
L’allestimento è low cost e sarà completamente reversibile una volta terminata la manifestazione.
Da non perdere il Padiglione della Spagna (vincitrice del Leone d’oro), che presenta “unfinished” – forse l’allestimento più emozionante, secondo noi -: strutture in legno e metallo per mettere a confronto gli effetti devastanti degli anni di crisi con una nuova
propensione alla rinascita.

 

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